Canti d’addio-1 La prefazione

Interloquire con la morte, sul filo dell’ignoto, e un po’ come aggirarsi nei pressi del patibolo ̀mentre il carnefice lustra fischiettando la lama della ghigliottina. A questo può venire di pensare,̀ tra l’altro, leggendo i Canti d’addio penultimo di Gianfranco Parmiggiani.

copertina gianAbituati a un ambito poetico serioso come quello italiano contemporaneo, queste poesie risultano una benefica brezza ristoratrice. Si esce finalmente dal bosco opaco e ci si trova in un’oasi che invita a sedere e rilassarsi. Salvo poi scoprire con sorpresa che proprio la chiara radura è il punto di non ritorno, la prima delle tappe forzate che avviano a una riflessione sulla ̀densità rarefatta – se si può dire – della nostra ragion d’essere, di quel bosco interiore che, per ̀̀essere spirituale, non perde nulla della propria sostanza.

Parmiggiani si rapporta a colpi di fioretto col buio, lottando innanzitutto per tenere insieme l’alveo illuminato da cui muove e il varco, in apparenza senza scampo, verso cui protende la propria sensibilità. Il suo pensarsi pensante oltre il pensiero strapensato della morte, lo spinge a usare lo strumento più acuminato e lieve. Nel tradursi sulla pagina, opta infatti per l’inchiostro ̀(simpatico) dell’ironia, che lascia sulla carta il suo alone indolore, più che incolore.̀

Le poesie di Parmiggiani, costruite con versicoli sapienti e raffinati snodi discorsivi, mantengono una natura epigrammatica, con accensioni di senso fulminanti. Ma l’elemento che si evince come fondante, nella raccolta, è l’eleganza condita di arguzia con cui la parola si protende a ̀dire l’indicibile, a dare il non dato.

L’Autore parla rivolto all’indietro, dal limitare, e riporta con fare disincantato ai retrostanti brandelli di senso, cocci di apparente chiarezza, che danno alla plaquette l’aspetto del puzzle. Un mosaico che il lettore e libero di interpretare (vale a dire scomporre) nel momento stesso in ̀cui gioca a formarlo. Sì, perche «il poeta claudica/sulla sconnessa via» tanto che il fantasma ̀́che abita nel suo cucù scandisce i giorni facendogli buuuh! E lui medesimo vorrebbe solo ̀addormentarsi «nel mistero/di uno iota,/di una lettera di lingua/sconosciuta». Quasi un beota. Oppure «invece/poliglotta di corte/o filologo pazzo/o ancora miracolato,/sonnambulo semplice/da pentecoste».

Canti d’addio penultimo come questi non veicolano e non possono diventare una soluzione o la risposta. Da sempre la poesia apre ferite che non sa curare. Anche in questo caso (e a maggior ragione, dato l’argomento: considerato il margine estremo da cui l’autore tenta di recuperare il senso inafferrabile delle cose), anche qui, insomma, tutto sfugge, «corre,/corre senza meta» come «l’anima perduta/del maratoneta», che «non volle passare/il testimone sudato (beveraggio estremo)/al suo morente atleta».

Allo stesso modo, e bello immaginare che la lama della ghigliottina non giunga mai alla sua ̀perfetta lucentezza, cosi che il gesto artigianale e pacifico del carnefice si eterni. Come eterno ̀e il domandare di chi si affaccia al varco misterioso.̀

Per cui mai si compirà il rito del poeta né, di conseguenza, quello del lettore. Anche se la vita, ̀́che per sua natura continuamente trasmigra, ora sembra rappresa sulla pagina. Sta, ma liquida come inchiostro. Lirica voce viva dentro la morte.

Emilio Rentocchini

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