Baldi e i “perimetri domestici” a misura di parole

Una poesia del 34enne autore pistoiese

Tutto
dal buio
arriva a questa breccia
aperta nel vocabolo.
All’orizzonte non ci sono pensieri,
ma antichità comuni,
presagi
nel filo spezzato.
Qui è grande la meraviglia:
quello che ieri era un vago segnale
oggi risplende.
(29.5.2011, dalla sezione V. Lo scomparso)

"Perimetri domestici", una poesia che è battaglia civile. Vinta
“Perimetri domestici” di Baldi:  un libro che è battaglia. Vinta

-> I negozi online dove acquistare il libro in formato ebook (Guarda) 

“PERIMETRI DOMESTICI”: LA PREFAZIONE

Cito questa poesia non solo come egregio esempio di stile, ma come contenuto di pensiero. C’è, in questa breve raccolta di versi, in questa scheggia, una docile confessione e anche un metro di misura, poiché in ogni singola poesia di questo ferreo libro si aprono brecce nel vocabolo, il vocabolo in quanto vocabolo viene scavato nella sua internità, che la lingua opaca omette di segnalare o non sa sorprendere.

Massimo Baldi è nato nel 1981 a Pistoia, dove vive. E' autore della raccolta poetica Dopoguerra nelle vertebre. Poesie 2001-2007 (2008). Dottore di ricerca e professore abilitato in Estetica e Filosofia del linguaggio, si è dedicato soprattutto allo studio del pensiero e della letteratura della Germania del XX secolo, con particolare attenzione a Walter Benjamin e Paul Celan. A quest'ultimo ha dedicato il libro Paul Celan. Una monografia filosofica (2013). Impegnato in politica, dal luglio di quest'anno è consigliere regionale della Regione Toscana.
Massimo Baldi è nato nel 1981 a Pistoia, dove vive. E’ autore della raccolta poetica “Dopoguerra nelle vertebre. Poesie 2001-2007” (2008). Dottore di ricerca e professore abilitato in Estetica e Filosofia del linguaggio, si è dedicato soprattutto allo studio del pensiero e della letteratura della Germania del XX secolo, con particolare attenzione a Walter Benjamin e Paul Celan. A quest’ultimo ha dedicato il libro “Paul Celan. Una monografia filosofica” (2013). Impegnato in politica, dal luglio di quest’anno è consigliere regionale della Regione Toscana.

 

 

 

Se si parla di “brecce”, queste agiscono nell’unità dell’uomo, e anche svelano fratture e sono indici del falso nella lingua avversa, l’Altra lingua che è l’opera semantica della polis. Ora eccole, queste trentaquattro poesie inedite, Perimetri domestici, terragne e a loro modo misteriose (al primo impatto). Due sono gli odori che emanano (ogni poesia dispone di un suo referente olfattivo) e sono odore di giovanissimi tempi, odore del loro progressivo risalire nel tempo-spazio, e odore di guerra. Mi appoggio a questa sintesi elementare, che a me pare molto incitativa.

Il libro propone una figura adunca di sé, dura e nuda; è dotato di straordinaria autorità (non senza qualche delicata tregua) e accompagnato dall’invisibile movimento degli anni fattisi puri numeri, una cortese e anche accorata sequenza di invisibile sui molti asfalti di questo libro. Finalmente abbiamo un libro cattivo, molto cattivo, in grado di sostenere una durissima guerra civile. Guerra fra due avventi della parola, fra due mondi. E vi prevale una segreta “carità” della quale è detto in premessa dall’autore, e infatti dovremmo leggere Perimetri domesticisempre tenendo presente la tetrarchia valoriale che Baldi enuncia; essa è stata compiutamente realizzata, soprattutto per l’insistente battere della parola su un selciato terrestre mai tradito.

Certo, se la lingua politica tenta di proporsi come lingua della compiutezza, lingua di un sistema non fratturato bensì compatto e omogeneo, la lingua poetica, la lingua sovrana di questo libro, conoscendo l’inadeguatezza “della lingua poetica a significare appieno l’esperienza umana”, non può che aprire brecce nel vocabolo, strapparsi alla struttura apatico-orizzontale del pontificato civile, scegliere il ritmo del propriodelirio (termine abusato) che, alla lettera, significa il salto oltre il limite del campo, oltre i confini del padrone, al di là del territorio servile.

L’esterno politico penetra perciò davvero nell’internità poetica, ma a condizione di incontrare un conflitto durissimo, una guerra infatti; esso si istituisce fra un’angusta verbalizzazione – che è schietto inganno linguistico – e la profondità addominale, animale e cerebrale dell’avversario, del poeta.

L’opus poeticum ha le sue armi, in verità antichissime, che si agganciano alle prime germinazioni dei tempi, destinate a catturare gli infiniti frammenti umani per ricostituirli in una segreta unità. Nessuno può giurare sulla dimensione di tale unità, senza rischiare di commettere spergiuro. Ma essa trema nelle forti e ancora illese catacombe di una oscura conoscenza che tenta la parola nuova, appunto, la breccia nel vocabolo. Ci si chiederà se sia possibile rintracciare gli eventi anteriori a ogni poesia qui scritta, ma queste poesie non si possono decrittare, rifiutano qualsiasi barbara analisi di soccorso, ognuna di esse abita la propria ferita. Sono nude, con interni, verticali silenzi procedono per lampi, torsioni e ritorni, turbano le anime belle.

Certo, se la politica dei conservatori saccheggiasse queste liriche smembrando le ombre  e le penombre della parola, l’asfalto, la terra e il raro cielo di questo poeta, l’epidermide del testo risulterebbe corrotta e, quanto alla retorica populista e fascista, saremmo davanti a una operazione devastatrice. Ma nel libro, ogni poesia è separata dal tempo anteriore che pure l’ha decisa, e si propone come enigma, che è l’aspetto più profondo della parola, anzi, è la forma della parola stessa. Certo, intuiamo gesti, figure, territori, pluralità di azioni, ma tutta la materia umana che sta alla base del processo creativo non consente che sia decifrabile il suo intattile addome.

Si legge: «Primo fra i luoghi d’amore / l’asfalto». E si consideri la nera chiusura del testo: «al demone chiesi di restare / e stette». Non capiremmo nulla della lirica se volessimo sindacare il demone. Il demone emerge come una necessità mentale e addirittura concreta. Figura o semi-figura magica e tragica, dovremmo assaporarla e ospitare la nuda materia del muto araldo. Tutto procede così, nel testo, per aenigmata, ed è questa costante e aspra segretezza che ne costituisce il fascino e, soprattutto, ne arrota il pensiero. Posso toccare momenti di intimo splendore, il sonno «lucente delle ossa»; e davvero vorrei abbandonarmi nel baratro intattile di quel sonno. Ma occorre insistere sull’entità enigmatica del concreto anteriore alle poesie che dà loro l’energia necessaria a costituirsi compiute e autosufficienti. Annoto infine un verso, in chiusura di una poesia del 2011, il quale dice: «spero e dispero».

La poesia è terribile, ma la chiusura anche di più: vi è tutto il materiale ustorio di Baldi, e abita la folgorante necessità della contraddizione, la tragedia emozionale di questa antitesi. Ecco, l’uomo poeta si salda qui.

La lettura di questo libro non è nemmeno un’avventura letteraria, per quanto intenda essere severa. Non è un libro di “lettere”, è un libro di “controlettere”. La difficoltà di affidarvisi dipende solo dalla orizzontalità di anemiche consuetudini, e la lettura di questo testo dovrebbe realizzarsi fra terra e sangue. In tal caso funzionerebbe.

Risulta ovvio, a questo punto, annotare che l’intero libro è attraversato da una tenace carica erotica: per quanto strana possa apparire l’affermazione, essa si accerta sulla complessiva tensione che radia su tutto il testo. Ignorarla equivale a leggerlo in deficit. L’esterno politico penetra certamente nell’interno poetico, il grande spazio della presuntuosa manovra umana della polis, con i suoi attrezzi sottili, trova un incastro in queste poesie di combattimento,  ma si trasforma nella tortura di esse. La menzogna dei grandi apparati può sfiorarne solo l’epitelio, e proprio perché la loro lingua conosce solo l’epidermide dell’essere. È l’oltranza della lingua in quanto lingua, questa guerra semantica che costruisce lo scheletro dell’opera.

Siamo di fronte a un divorzio totale dalla lingua “buona” e anche da quella delle luminose contemplazioni; dalla lingua amplificante ed esclamativa e soprattutto da quella delle torri giornalistiche, dalla lingua degli atleti diurni e notturni della declamazione. Qui la poesia si chiude dentro la propria rigida religione verbale, una religio laica, se così si potesse dire; e lo si può dire.

Poiché è vero, secondo un aforisma nietzschiano, che ogni semplicità è complessa, dirò che questa è poesia semplice. Perimetri domestici è un testo che respinge al di là delle proprie mura tutto ciò che è codardo. E quest’ultimo elemento di base lo sigilla.

Per concludere citerò per intero la terz’ultima poesia, scritta nel giugno del 2013, ventottesimo giorno del mese:

La peggio gioventù
governa questi luoghi,
con fine barbarie
e chiara intellezione degli scopi.
Pochi congiurati ignobilmente
si dissetano e si sfamano
nell’unica spelonca,
lì s’addirizzano gli occhiali sul naso,
organizzano i passanti
in file di ammessi e di respinti
e chiamano in causa un passato di purezza
dicendo a noi:
«io so,
e già tra i sapienti
con sole parole a precipizio nel buio
detti prova inconfutabile di certa rettitudine
e questo vi basti».

Se uno chiedesse chi sia il referente di siffatto attacco si risponda: il cosmo terrestre che parla in lingua politica – e che ne vive – a cui è stato sottratto perfino l’orgoglio di una significazione diretta. Abbiamo davanti l’opus concreto del mondoqui, tra gli asfalti e sopra gli asfalti, dove quando si alza un vento, ogni verità è già perduta.

Questi giambi moderni sono feroci e liberi per un interno dolore storico. Ma la rivolta implicita in questa posizione di attacco si rivolge anche all’uomo nella sua identità animale, carnale, sociale; si curva verso il suo spirito. Nulla, qui, è stato scritto contro di lui, semmai per lui, secondo l’ordine della carità. Questi Perimetri domestici sono una battaglia civile, e io penso che vi risplenda una segreta vittoria.

Giovanni Luigi Paganelli

Lascia un commento